Quei dieci maledetti minuti (di Alessia Vetro)


di Alessia Vetro

alessia-vetroPer ragioni diverse, ci sono stati due momenti nella mia vita in cui tenere duro è stato difficile. Sono quei dieci minuti di lucida disperazione dove sei imprigionata in un labirinto dal quale non c’è soluzione, ne via d’uscita.
Sono quei dieci minuti di pesantezza e di oscurità che ti inghiottono e ti trascinano giù, sempre più giù e pensi adesso basta.
Ba-sta!
Bastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.
E’ un basta diverso rispetto a tutti quelli che hai pronunciato tante volte. Non è come dire basta ad un fidanzato, o basta questo lavoro non mi piace più,o basta con te non ci parlo più, no. Stai dicendo basta alla tua vita. E’ un basta che formuli nella tua testa e rimbalza come un eco tra le pareti della tua casa, nel letto, in quelle notti in cui il buio è tenebroso e nemico e la tua vita ti passa davanti agli occhi come un film e il suicidio appare, allora, come l’unico mezzo per porre fine alle proprie sofferenze.
Non tengo… non reggo .. non ce la faccio ….
Non ce la faccio più, pensi … Non ho armi, non ho strumenti, non ho più difese. Pensi. Non hai più quell’immaginazione illusoria necessaria che ti fa sperare che le cose miglioreranno.Quella fiducia negli aventi e dell’avvenire, che è cibo per la tua anima e che ti da la forza necessaria di puntare i piedi per vedere cosa c’è dietro quel muro alto, che diventa sempre più alto, troppo alto da scalare.
Non mi dilungo per pudore, per orgoglio e per la troppa dignità su quelli che sono stati i miei momenti di angoscia interiore perché sono ancora li, in agguato.
Perché condivido? Perché la morte di Tiziana mi ha toccato dentro, come quella di Carolina e di tante altre che si sono consumate nel tempo .
Non mi dilungo su quegli atroci commenti che ho letto dove non c’era nessuna traccia di umanità, né di comprensione, né di compassione. Bestie. Autentiche bestie da tastiera che non si pongono nessuna domanda ma pontificano, dispensano giudizi assassini, facili, superficiali, frettolosi, moralistici.
Bestie.
Penso ai suoi dieci minuti che gli sono stati fatali. Quei dieci minuti che sembrano una manciata, ma che invece sono il frutto di ore, di giorni e di mesi in cui sei caduta più volte nei tranelli mentali, ma anche sociali, che ti spingono sempre più nel baratro, nel precipizio di uno stato vitale negativo, basso, azzerato, quasi.
Pensi che hai sbagliato tutto nella vita. Che è colpa tua. Che è tutta colpa tua, di nessun altro.
Ti senti sola, m a l e d e t t a m e n t e sola.
Persa, d r a m m a t i c a m e n t e persa, al tuo destino che non ha in serbo per te altre chance, ma solo per altri, nuove possibilità, nuovi orizzonti, nuovi percorsi.
E allora quel basta che in tante occasioni stava per soffocarti gli dai un senso compiuto.
Chiudo gli occhi e sento il suo cuore che batte e vedo gli occhi di uno spettro, il suo, gonfi di pianto, pieni di disperazione e di quel suo basta, che è stato l’ultimo basta, per davvero. Definitivo.
La vedo prendere il foulard dall’appendiabito da muro, o dal cassetto di camera sua. In quei dieci minuti maledetti, ha sceso le scale con il foulard impregnato del suo profumo tra le mani, l’appeso in un punto preciso che probabilmente aveva già pensato, lo ha avvolto intorno al suo fragile collo e si è lasciata andare, nel vuoto, per sempre.
Quell’anima fragile, troppo poco costruita, inerme e dileggiata pubblicamente da bocche infami, era appunto, troppo pura per sopravvivere in questo lurido mondo e ricordatevi che c’è un poi a cui tutti noi, voi, me inclusa, dovremmo rendere conto.
Prendetevi dieci minuti per immaginare quanto coraggio e quanta disperazione ci vuole per decidere che è arrivato il momento in cui dire basta.
Basta. State in silenzio. Quella giovane donna non avrebbe voluto tutto questo chiacchiericcio, si è tolta la vita perché il suo nome correva di bocca in bocca, lasciatela in pace! Credo che dopotutto ha il sacrosanto diritto del cazzo di avere silenzio intorno al suo ricordo.

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