A due passi dal destino… (Virginia Bigiarini)


BigiariniCoverQuando la vita smette di dare e comincia a prendere, mi ritrovo a sfogliare un diario mai scritto e, vagando tra il destino e i suoi misteriosi disegni, ripercorro la tranquillità delle mie impronte, alla ricerca del mio “C’era una volta…”.
La mia mente tesse una imprevedibile trama di immagini e trasforma in “favole” frammenti di me recuperati, ritenuti dispersi e invece ancorati in profondità dimenticate. Le belle fotografie della memoria diventano per me magia e assorbono tutta l’oggettività incomprensibile del mondo, fino a farlo scomparire completamente. Le parole, metafora del mio “viaggio”, raccontano con semplicità e consapevole ingenuità le emozioni vissute, i sogni e i rimpianti e si perdono in una malinconica solitudine piena di persone; si lasciano cullare da note e strofe che legano precisi momenti ai nostri cuori, e che improvvisamente non si fanno più sentire, lasciando il posto ad una dolorosa consapevolezza senza musica. E tra le righe e il silenzio si insinua delicatamente la volontà inespressa di riscrivere la mia storia.
Le “fiabe” che racconto a me stessa diventano il mio paradiso perduto che, danzando insieme al destino, mi coinvolgono in un delicato, infinito giro di valzer, riportandomi sempre in “quella piazza” che conserva per me, come un carillon d’altri tempi, i sogni e le aspettative della “bambina sul balcone”.

Booktrailer: http://www.youtube.com/watch?v=kqKLFZpNUl4

 LA RECENSIONE DI NONIO BAERI

Aggroviglia le sue memorie Virginia Bigiarini in questo suo colloquio con il destino, recentemente pubblicato da Aletti Editore nella sua collana “Narrativa”.
Il titolo è appunto “A due passi dal destino”, trattasi di un’opera prima sapientemente scandita, a meditato compendio dei “lieti e pensosi” itinerari degli anni di formazione.
Il libro affascina il lettore, e forse perché sfugge ad una precisa definizione di categoria letteraria; è un diario, un memoriale di immaginarie avventure, o piuttosto la cronaca dell’adolescenza recente, qui costruita a folate di memoria, a paradigma di incontri casuali e di occasioni svanite che poi, nel dormiveglia riappariranno?
E’ una cronaca fatta di minute, pregnanti, impressioni che si imprimono nella coscienza (basterà un tono di voce a ricondurle, un alito di vento, un profumo…); sembravano cancellate, eppure la protagonista le rivive, in un accanito dialogo con se stessa. Dialogo tutto interiorizzato, fra parole dette (poche, reticenti) o , semplicemente meditate senza esprimerle: è lo sforzo di autocontrollo, di autoanalisi che segna il percorso fra le occasioni perdute e i prevalenti interrogativi dell’età sul dovere “essere” di Virginia che cresce e arrossisce nel ricordo, costantemente indotta a chiedersi quali risultati le promettesse il destino, o meglio quale futuro le storie accennate potevano riserbarle, in caso di più decisa maturità nel dominarle. E’ forse questa la ragione del fascino della narrazione, la descrizione sofferta e tuttavia sorridente di una mancata decisione pregressa: la Virginia di oggi è pronta ad intenerirsi (con materna sollecitudine) nei riguardi della Virginia com’era “prima” che tutto il resto accadesse. Ma, si sa, il destino…
( rif. lettura pag. 79/80)
Qui Virginia giunta a maturità racconta una storia romanzesca e credibile, subisce la sua stessa esperienza di cui sa di essere protagonista, ora incerta, ora sognante, sempre drammaticamente caratterizzata: i fatti, i non avvenuti, i personaggi involontari, coinvolgono il lettore in una ricerca degli assi portanti della vera vita, fino a quando non emerga, incontrollato, un procedimento mnemonico affidato alla pur casuale origine dei fatti determinanti. Essi sorgono a tratti e si confondono a onde musicali: “restiamo così muti ed anche un po’ confusi, torniamo per un attimo ragazzi, davanti ad una scuola, davanti ad un cielo pieno di stelle, davanti ad un semplice cuore disegnato sul marmo”…”Forse era destino” lo dice uno dei personaggi, piano piano.
Lei non risponde, come già è accaduto in passato; vorrebbe farlo ad alta voce, ma riflette: “non credo che le mie parole avrebbero risposta”:
Così Virginia, sin dal primo capitolo, inaugura la tecnica del discorso diretto duplice, sintomo di insicurezza e di autocritica, di cui si fa una colpa.
Parla a lui, parla a se stessa, a volte si risponde, in un triangolo suggestivo e coinvolge il lettore, portato suo malgrado a patteggiare, a scegliere fra le due Virginie, protagoniste del gioco. Quali conseguenze sarebbero scaturite, nelle due ipotesi? E’ il gioco (che non sfugge all’Autrice) delle “sliding doors” inaugurato da un bel film recente: se le porte scorrevoli del Metrò non si aprono al momento opportuno come cambierà il “destino” dell’ignaro viaggiatore? Il gioco condotto nel libro finisce per coinvolgere i tanti personaggi maschili incontrati dalla protagonista ‘nel crescere’ attraverso innocenti rossori, pentimenti, reticenze, o momentanee afasie, nella ricchezza di una adolescenza rivissuta; è interessante la sperimentazione del suo programma di lavoro, quale risulta dal secondo e più lungo capitolo (dal titolo Rimpianti). L’autrice sperimenta una nuova tecnica, ne anticipa i risultati; avverte persino il futuro lettore: “potrebbe non piacerti ciò che sto per dirti”:
E’ la tecnica degli “stacchi”, con ricorso ai “controcampi” cinematografici ed anche ai flashback”:
Lei ha ancora sedici anni e si sente un imbarazzato, brutto anatroccolo, si rimprovera delle parole non dette a tempo, confrontandosi con la figlia – ammutolita- che forse d’istinto potrebbe pure suggerire le frasi giuste alla madre, diventata per un sogno ricorrente sua coetanea indifesa.
Lo stacco si perde come tanti altri, sull’onda di un sorriso che immerge ogni fantasticheria nel presente appagato e felice. Mentre la dissolvenza ci fa scomparire il rammarico attuale per un antico idillio svanito, ci consola con un altro stacco familiare (magnifico exploit di sperimentazione narrativa). Il citofono suona: è il figlio piccolo che arriva a valanga: “Mamma apri…che ti ho svegliato? “ Quanti anni sono passati?
(rif. Lettura pag. 85/86)
Questa narrazione vivace e colorata dovrà fatalmente modificarsi. Lo ha deciso il destino, in modo spietato quanto imprevisto. La ragazza protagonista viene offesa dalla vita nel suo periodo di costante curiosità e ottimismo.
Dopo, l’esistenza di Virginia sarà radicalmente cambiata.
Inutile chiedersi perché, arrabbiarsi, pregare. Il fratello maggiore, personaggio autentico fra i tanti immaginari, che domina tutta la struttura narrativa dalla metà del libro in avanti, è colpito da un male contro il quale non esistono antidoti. La conversazione a più voci s’interrompe, diventa dialogo e lo notiamo ad apertura del capitolo 5 (titolo: Io e Te) e lo sottolinea un richiamo al Signore degli Anelli (Tolkien). “La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato”
Eccolo, lo scontro con il destino, quello che secondo una frase (forse solo attribuita a Beethoven da un contemporaneo fantasioso) sperimenta a commento del celebre “incipit” della Quinta Sinfonia in do minore (op. 67) ci induce tuttora a ripetere “così il destino bussa alla porta”. La permanenza e i ricordi tuttavia prolunga fuori dal tempo la continuità dell’essere, anche se Virginia , cresciuta in fretta, deve di colpo sperimentare il “male di vivere”.
Il tempo dell’infanzia è ancora qui, come testimoniato dalla bellissima immagine fotografica che fu scattata dal padre ed è ora riportata sulla copertina del libro.
Non è peraltro, un libro triste, né rassegnato questo “A due passi dal destino”; ci ha fatto bene rileggerlo ancora, perché ricrea per noi la persistenza delle immagini sulle retine del cuore, la contemporaneità delle generazioni attraverso cui la famiglia è solita dimensionare e giustapporre i ricordi.
Siamo certi che Virginia continuerà a scrivere, che saprà ritrovare “la speranza, la fantasia, e la voglia di credere ancora”. Per sé, per i figli, per le nipoti dalle gambe lunghissime che ballano questa musica dal nome metaforico (come dice l’Autrice): la corte dei miracoli”.
Quanto abbiamo appreso dal libro può condensarsi nell’invito del Siddartha (di H. Hesse) a porgere l’orecchio con animo tranquillo, come fa il fiume di Vasudeva:
“Hai appreso anche tu quel segreto del fiume, che il tempo non esiste?”
Forse lo ha detto anche Eraclito, sapiente greco, del VI secolo a.c. e quindi coetaneo del Siddartha (sempre che questi sia esistito).
Fruga nella sua soffitta immaginaria, Virginia e aggroviglia ancora immagini, sguardi e sorrisi. Scopre pagine fuori dal tempo: l’età è una convenzione retorica e nella metafisica eraclitea (panta rei) ci sono fiumi che scorrono senza tregua a mescolare l’immagine di padri e di figli, e delle loro voci.

 

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